«...Erano tutti intorno a me, di notte, nella camera, e dicevano Non respira, mi applicano una maschera e la dottoressa che era carina mi dice Respiri, con la voce spaventata, e premeva la maschera per fare arrivare più ossigeno, Io respiro, dicevo, ero lucido, abbastanza tranquillo, Respiro, dicevo, ma loro tutt’intorno erano allarmati, erano quattro, cinque, tutti incappucciati, con gli occhialoni, le mascherine, i guanti, Respiri, continuavano a dire, Aumentare l’ossigeno, dicevano, ma io non avevo paura...»
Sono parole importanti, dolorose e bellissime quelle di quest’ultimo libro di Umberto Lucarelli, parole delicate e sottili, parole che stanno sulla soglia di un passaggio che non è mai avvenuto ma che poteva avvenire, parole che trattengono questa possibilità anche se questa possibilità è diventata altro, è diventata possibilità di non varcare quel confine, di restare al di qua, ancora, rinnovandosi nell’energia che viene dall’incontro con l’altro, che è dono, gratuità e, aggiungerei, autenticità, necessità di essere ciò che si è anche nel dolore più profondo, anche nel desiderio di perdersi, di lasciarsi completamente andare per non ritrovarsi più nel disincanto assoluto di un mondo che, questo sì, non sembra più capace di accogliere e custodire il significato che ognuno di noi è.
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